Elenco blog personale

venerdì 6 novembre 2015

Le Storie (siamo noi) / 1



Iniziamo qui una disamina sulla nota collana bonelliana. Giunta ormai al n.35 direi che i tempi sono maturi per un primo sguardo d’insieme, fermo restando che la natura della proposta necessita anche una visione frammentata e – necessariamente – focalizzata su ogni singolo pezzo che va a formare la collana.
Partiamo con il dire che ogni confronto con precedenti collane Bonelli in qualche modo consimili risulta forse arduo ma in verità proficuo e necessario. Anche se solo il tempo saprà dirci come potremo collocare ‘Le storie’ nella storia (pietoso bisticcio – per riferirsi alla storia del fumetto made in Italy): cioè se dalla parti di ‘Un uomo un avventura’ (ovvero l’atto fondativo o comunque confermativo di una generazione di autori destinati alla fama e alla grandezza assoluta) o piuttosto dalle parti dello ‘Zona X’ prima maniera (a conti fatti nient’altro che un contenitore di storie ‘libere’ devote all’idea di un intrattenimento curioso e di poche pretese seppur sempre di buona fattura). Ad oggi la verità parrebbe stare nel mezzo e – se proprio un termine di paragone dobbiamo trovare – non occorre poi spostarsi tanto indietro nel tempo ed è sufficiente prendere in considerazione quei ‘Romanzi grafici Bonelli’ che solo recentemente hanno cambiato la loro fisionomia editoriale. In altre parole una congerie di atmosfere e sapori uniti dal gusto del narrare avventuroso e – tutto sommato – adulto ed autoriale ma sempre all’interno di generi e stilemi ben riconoscibili. Comunque si valutino i singoli episodi (che è quello che mi appresto a fare) si tratta di un’esperienza stimolante e da seguire. A circa tre anni dall’esordio vale la pena continuare a farlo. 






n.1 – Il boia di Parigi – Paola Barbato/Giampiero Casertano
Si racconta di tal Charles-Henri Sanson – boia di corte convertitosi – non senza dubbi – alla causa rivoluzionaria – anche se a ben vedere è forse la ghigliottina l’unico elemento a cui il nostro è fedele. Robespierre e Danton sono visti come personaggi ambigui e accecati dall’odio e da un ideologia che ha preso già le forme del terrore. Paola Barbato qui se la cava piuttosto bene nel tratteggiare il periodo storico ma soprattutto il personaggio principale – donandoci una sorta di eroe romantico ante litteram (nel senso che anticipa il romanticismo letterario). Poi occorre anche dire che la sua visione è un tantino semplicistica e restituisce ben poca complessità ai personaggi di contorno (che sono soggetti quali Robespierre – mica roba da poco) – ma in realtà non è questo il punto e non c’era forse nessuna voglia di dire qualcosa di nuovo su un periodo storico molto raccontato ed a rischio stereotipo – la narrazione fila che è un piacere ed è solo questo che importa (in questo caso). Il vero valore aggiunto sono i disegni di Giampiero Casertano – un artista che da un lato ci fornisce continue e piacevoli conferme e dall’altro manifesta una costante evoluzione e curiosità. Alle tradizionali influenze quali Micheluzzi, Breccia (Enrique), Magnus, qui mi sembra di avvertire persino una vicinanza al Robert Crumb più realistico e meno grottesco. Che ci sia del vero o meno in quanto scrivo, le sue tavole sono un piacere per gli occhi e confermano uno dei disegnatori italiani al contempo più poliedrici ed estrosi.
[7+]





n.2 – La redenzione del samurai – Roberto Recchioni/Andrea Accardi
Il Recchioni ama scopiazzare qua e là. Anche in questo si può considerare degno discepolo del maestro Sclavi. Il termine ‘scopiazzare’ va letto come un complimento – avrei anche potuto dire ‘rielaborare e ricontestualizzare varie fonti preesistenti’: roba – insomma - che, se fatta con classe, può dare frutti saporiti e succosi. Ed è questo il caso. Uno dei grandi meriti di Recchioni è quello di saper scrivere sceneggiature dense ma con un uso parco delle parole (fateci caso: un albo scritto da lui si legge più in fretta – almeno in linea di massima), appaiandosi in ciò – per fare un esempio a Mark Millar (tanto per citare un altro che è antipatico a molti). Intendiamoci, non tutto ciò che scrive mi piace, ma riesce sempre a incuriosire e a stimolare e non è cosa da poco.
Qui si racconta di Jubei, samurai che ha  tradito il suo signore ed è perciò destinato a morire per mano del giovane Tetsuo.  Le possibili influenze sono talmente tante che si perdono nella memoria e non vale nemmeno troppo la pena fare lo sforzo di recuperarle tutte – in fin dei conti la storia funziona benissimo così ed è ovviamente assai ricca di combattimenti a base di katana davvero ben gestiti a livello ritmico e ‘coreografico’. Il merito va ovviamente anche all’ottimo Andrea Accardi davvero a suo agio in un’ambientazione di questo genere sfoggiando uno stile che fonde il dinamismo di un Go Nagai con una raffinatezza ed un tratteggio molto personali.
[8]





n.3 – La rivolta dei sepoy -  Giuseppe De Nardo/Bruno Brindisi
Una storia d’amore sullo sfondo dell’India coloniale di metà ottocento rischia di venire travolta da una rivolta dei cosiddetti Sepoy (praticamente i militari indigeni arruolati nell’esercito della corona) e dalle mire di un ambizioso rivale in amore che pensa di approfittare della situazione a suo vantaggio. Ci troviamo qui di fronte ad uno degli episodi più tradizionali della collana – con una solida vicenda avventurosa su sfondo storico che ha i sapori del romanzo avventuroso di una volta (e non sarebbe sfigurata – per dire – nella collana Rodeo). Niente di epocale forse ma in definitiva piuttosto riuscita – poi devo ammettere di non aver letto molte cose di De Nardo e di non riuscire facilmente a collocare questa storia nel complesso della sua produzione. Bruno Brindisi non aggiunge e non toglie nulla a quanto fatto sinora ma è sempre un bel vedere.
[6,5]





n.4 – No smoking – Pasquale Ruju/Carlo Ambrosini  
Un piacevolissimo racconto di gangster quest’albo che ci narra di tale Angelo (o Angelì) piccolo commerciante finito nei guai per debiti di gioco. Gli darà una mano Eddie – un vero duro, seriamente intenzionato a scalare qualche gradino nell’organigramma criminale della città. Se la dovranno vedere – tra l’altro – anche con uno spietato sicario della mafia definito ‘il lupo mannaro’. Il tutto verso un colpo di scena finale che lascia un retrogusto amaro ma piacevole (e che ribalta le carte in tavola – ma ovviamente non dirò in che modo). Ci troviamo di fronte ad una storia davvero riuscita per quanto mi riguarda, in cui trovano armoniosa fusione i tipici luoghi comuni del genere uniti a piccole ma significative invenzioni (anche sul piano formale: le didascalie in seconda persona non sono poi tanto comuni e qui funzionano davvero bene). Il tratto di Ambrosini si trova poi particolarmente a suo agio con le atmosfere cupe e piovose (sporche – in altre parole) della Chicago anni ’30. Lo stesso Ruju conferma nel noir (in senso lato) il suo genere d’elezione inducendoci ad incoraggiarlo per altre prove in questo senso.
[7,5]





n.5 – Il lato oscuro della luna – Alessandro Bilotta/Matteo Mosca
Il racconto dell’astronauta Lloyd Clark, in viaggio verso la luna prima di quel che la storia ufficiale ci racconta, ha veramente numerose frecce al suo arco. Intanto non è fantascienza in senso proprio ma ci restituisce il senso profondo delle migliori narrazioni fantastiche attraverso un’inevitabile rapportarsi con la propria infanzia irrisolta, come accade al protagonista durante i numerosi flashback che ne definiscono la personalità e i desideri. Una sorta di dialogo continuo tra l’infinitamente grande (il viaggio spaziale) e l’infinitamente piccolo (la storia di ognuno di noi) che sta forse alla base di gran parte del narrare avventuroso d’ogni tempo. Solo che in questo caso l’anno è il 1963, all’altezza dell’omicidio del presidente Kennedy e – come certamente era noto – i viaggi spaziali possono facilmente andare storti. Ma è poi davvero possibile distinguere la fantasia dal reale, il presente dal ricordo, la vittoria dal fallimento? Quando l’ho letto la prima volta mi ha lasciato un certo senso di irrisolto ma – ripensandoci – non poteva essere altrimenti. Avrebbe forse meritato qualche pagina in più o magari in meno – insomma qualcosa non mi torna ma non saprei dire cosa. Matteo Mosca non lo conoscevo (ha disegnato anche un albo di Valter Buio ma ammetto che non lo ricordavo) ed ha un tratto molto classico che a me ha persino ricordato gli albi della Ec comics (in particolare Jack Kamen) riuscendo a rendere molto bene l’atmosfera della storia.
[7+]  




giovedì 19 marzo 2015

Consuntivi 2014 - Musica (2)

5) VASHTI BUNYAN - HEARTLEAP (fatcat)

La riscoperta - avvenuta sostanzialmente grazie a Devendra Banhart - della folksinger Vashti Bunyan, da sempre dedita ad una vita nomade e - semplificando - hippie arriva a fruttare il secondo album della 'nuova fase' , dopo il 'Lookaftering' di nove anni fa. E va subito affermato con forza che l'incanto si ripete in pieno. Piace pensare a queste canzoni come piccole storie da sussurrare alla luce della luna, accompagnate dalla strumentazione il più semplice possibile, perle di saggezza e serenità che rasserenano gli adulti e donano bei sogni ai bambini. Il tutto sorretto dalla splendida voce da fata dei boschi di Vashti.

                                                        Vashti Bunyan - Gunpowder

4) NENEH CHERRY - BLANK PROJECT (smalltown supersound)

Il ritorno di Neneh Cherry con un album interamente suo è già di per se una notizia piuttosto inattesa, ma anche gradita visto l'esito davvero all'altezza delle aspettative. Dal 1996, anno in cui usciva 'Man', avevamo avuto veramente poche notizie (salvo l'album 'Neneh Cherry and the thing' progetto jazz di Mats Gustafson) e fa dunque veramente piacere notare che 'Blank Project' sia un lavoro con l'ispirazione dei tempi migliori. La ricetta varia di poco, aggirandosi come già in passato, dalle vie del soul condito con elettronica ed hip hop, ma ancora una volta sono le canzoni a fare la differenza, capaci di stupirti a poco a poco, ammaliandoti proprio quando stai per dire che ti aspettavi di meglio.

                                                              Neneh Cherry - 422

3) ANDY STOTT - FAITH IN STRANGERS (modern love)

Andy Stott torna dopo due anni dall'acclamato 'Luxury problems' e il fatto che questo 'Faith in strangers' non campeggi in tutte le playlist di chi è interessato a questo tipo di suoni dipende solo dalla fama del suo ingombrante predecessore. Stott in questo album approfondisce l'aspetto ambient delle sue composizioni , non disdegnado tuttavia di riecheggiare qua e la elementi dubstep e finanche industrial. Il risultato è un affresco di malinconia contemporanea con pochi eguali e condito da soluzioni sonore ancora in grado di sorprendere. Se ne esce pensando che solo la creatività potrà salvarci.

                                                              Andy Stott - Missing

2) FKA TWIGS - LP 1 (young turks)

FKA Twigs (a.k.a. Tahliah Barnett) è un personaggio sfuggente ed ambiguo. Le sue canzoni contengono sempre un alone di mistero ma sono come una droga da cui è difficile staccarsi. La sua ricetta - almeno sulla carta - è semplice prendere il soul (o nu-soul fate voi) e renderlo tutt'uno con pulsioni elettroniche autentiche e davvero 'sentite' - in prevalenza dubstep, ma non solo. La differenza con un ibrido mal  riuscito sta nel fatto che Twigs le sue canzoni le pensa proprio così - non abbiamo pezzi elettronici con una bella voce schiaffata sopra ne pezzi soul 'modernizzati' da producer a la page. Ci racconta stralci della sua verità e non si riesce a smettere di ascoltarla.

                                                       FKA Twigs - Two Weeks

1) SCOTT WALKER & SUNN 0))) - SOUSED (4ad)






Non ci sarebbe molto da dire, se non per sottolineare il fatto che le collaborazioni per Scott Walker sono un evento raro e che il suo ultimo album risale a soli due anni fa (di solito ha tempi molto più lunghi). L'incontro con i Sunn 0))) ha una sua logica, le composizioni qui presenti - tutte piuttosto lunghe - riescono a dare un corpo decisamente materico ai misticismi allucinanti della band di O'Malley che qui assume una comunicativa persino 'pop' (le virgolette sono d'obbligo - sempre di noise si tratta  - rispetto al solito però un tantino più rumoroso e meno mantrico). Walker prosegue nel delineare l'incubo contemporaneo e l'apocalisse del presente. E la sua voce ieratica , da muezzin post glam ci conduce in luoghi da incubo, avvertendoci della necessità della visita. Un lavoro pervaso da ironia perversa, oggetto alieno e mostruoso - nel senso etimologico del termine.

                                                    Scott Walker & Sunn 0))) - Bull



giovedì 12 marzo 2015

Consuntivi 2014 - Musica (1)

Ok, voglio essere originale a tutti i costi. La mia playlist dei dischi del 2014 la pubblico a marzo 2015. Ma che importa - è solo un mero esercizio di memoria dopotutto (anche se - a dire il vero - ho preso appunti).

10) APHEX TWIN - SYRO (warp)






Il ritorno di Richard D. James non poteva certo passare sotto silenzio. Le possibilità mi sembravano (prima dell'ascolto) essenzialmente due: un album rivoluzionario anche se magari non ad impatto immediato oppure una mera riproposizione di standard da parte di uno che la sua parte l'ha già fatta abbondantemente. Ovviamente non è vera nè l'una nè l'altra. Rivoluzionari forse lo si può essere solo una volta nella vita ma è anche vero che se Aphex ritorna alla forma album - per la prima volta dal 2001 - un pò di ideuzze interessanti le ha. Insomma - per intenderci - se una cosa così l'avesse pubblicata un esordiente si potrebbe anche parlare di un mezzo capolavoro. L'ha pubblicata Aphex Twin e davvero non è solo un album dei ricordi.

                                  Aphex Twin - syro u473t8+e [141.98][piezoluminescence mix]

9) ZEN CIRCUS - CANZONI CONTRO LA NATURA (la tempesta)

Al terzo album nell'italico idioma e dopo il riuscitissimo esordio solista di Appino ('Il Testamento')
gli Zen Circus ci regalano quella che è forse la loro miglior riuscita. Una lucida visione dall'animo talora sguaitamente punk talora vicina al cantautorato meno boccalone (e gli spiriti di De Andrè o di Piero Ciampi si sentono eccome) della società odierna, vista sempre con disicanto e forse con disperazione, ma sempre con corrosiva ironia - che sarà anche l'arma degli sconfitti ma perlomeno aiuta a non impazzire. E comunque 'Viva' è la miglior canzone italiana del 2014.

                                                                   Zen Circus - Viva

8) MARISSA NADLER - JULY (sacred bones)

Marissa conferma con quest'album tutto il suo talento e si pone come una tra le più raffiante esponenti del cantautorato folk contemporaneo. Senza particolari slanci avant ma in grado di scrivere (e cantare - con una voce meravigliosa) pezzi che sanno insinuarsi sotto pelle poco a poco, trame oscure ma in grado di donarsi in aperture melodiche sorprendenti che potrebbero ricordare Leonard Cohen (il paragone non è mio ma è calzante). Come sempre accade col folk della miglior fatta ci si trova innanzi a canzoni che sembrano già sentite mille volte ma che - a poco a poco - si rivelano diverse da tutto il resto. Questione di sfumature, come la differenza tra gioia e disperazione, a ben guardare.

                                                  Marissa Nadler - I've got your name

7) REIGNING SOUND - SHATTERED (merge)

Greg Cartwright - dopo la reunion degli Oblivians - ritorna con un nuovo album con la gloriosa sigla Reigning Sound. Le cose sono cambiate solo in parte, perchè è chiaro che siamo e sempre saremo dalle parti del garage e del rock'n'roll di natura solidamente sixties. Tuttavia qui il buon Greg si immerge anima e corpo nelle calde acque del soul (sudista, in particolare) uscendone con un album di canzoni semplicemente bellissime. Un atto d'amore per la musica che la musica stessa ricambia in pieno. Un disco che s'ascolta d'un fiato con un commosso sorriso stampato sulla faccia. Grazie.

                                                      Reigning Sound - You did wrong

6) PONTIAK - INNOCENCE (thrill jockey)

Se pensate che argomenti quali psichedelia e stoner siano inesorabilmente legati alla nostalgia del passato i Pontiak potrebbero anche farvi cambiare idea. Non che il trio americano non riservi la sua (sacrosanta) devozione alla musica dei bei tempi che furono, tuttavia non c'è traccia di passatismo nelle loro composizioni. Si passa dalla furia hard psych a ballate più morbide -  tutte però col dono di traslare una musica in apparenza passata nella confusione di quest'epoca. A ben vedere è proprio grazie ad un 'passatismo comparato' come quello dei Pontiak che il rock potrebbe riacquisire centralità nel composito universo del pop contemporaneo.

                                                                       Pontiak - Ghosts


 

giovedì 29 gennaio 2015

Consuntivi 2014 - Cinema (2)

5) A PROPOSITO DI DAVIS - Joel e Ethan Coen

Basterebbe l'atmosfera del Greenwich Village descritta in modo tanto invernale ed atipico per far amare un film del genere. La cosa migliore dei fratelli Coen da un po' di anni a questa parte (d'accordo: ci sono stati 'Non è un paese per vecchi', 'Il grinta' e l'affine 'A serious man' - tutti bellissimi ma nessuno è al livello di Davis. Mi Credete ? In fondo in fondo è solo questione di sfumature ed inclinazioni personali). Un continuo sfiorare la grande fortuna ed imbattersi invece nella grande sfiga - circondati sempre e comunque da personaggi troppo assurdi per (non) essere veri. Un film che rimane nel cuore, che diventa immediatamente un classico. Certo se siete amanti del folk anni '60 (e non del solo Dylan) lo appezzerete di più.

4) MOMMY - Xavier Dolan

Si è detto a proposito di Xavier Dolan che è uno dei registi più liberi in circolazione. Ed è proprio la libertà - totale, assoluta , necessaria - ad avere in Mommy un tentativo - possibile - di rappresentazione. A colpire è il formato quadrato dell'immagine - paratelevisivo ,ed in effetti la mera trama narrata ben potrebbe figurare in una fiction di quart'ordine, buona giusto per 'stimolare il dibattito'. Eppure l'immagine non sta ferma - assume a volte formati più ampi - anelito ad una vita piena che pare possibile, anche se solo per pochi attimi. Si presenta come un film quasi di fantascienza (fateci caso - è ambientato nel futuro) e finisce col sogno di una madre che trova solo nella fantasia e/o nell'oblio la chiave per andare avanti. Commuove e scuote nel profondo.

3) L'AMORE BUGIARDO - David Fincher

Non ho alcun problema nell'affermare che questo è il miglior film di David Fincher. Sarà che prende le mosse da un testo non banale. Sarà che fa una cosa che mi piace sempre tanto, cioè usa il genere per darci uno spaccato impietoso della nostra società ( o in altri termini usa una struttura con regole rigide per essere più libero). Sarà che colloca tutto in un America impregnata di crisi e nel farlo ci fa ben capire come la famigerata 'parola con la c' sia qualcosa che sta prima di tutto nelle nostre teste.
Il bello è che ha il coraggio di apparire misogino (anche se ricordiamo che il romanzo l'ha scritto una donna - non che una donna non possa essere misogina) e ti rendi conto che è un coraggio necessario - che senza il possibile equivoco (chè naturalmente solo i veri idioti considereranno misogino questo film) il discorso sui media e sulla violenza del politicamente corretto non sarebbe altrettanto ficcante.
Non ho detto nulla della trama e degli attori, né della splendida e livida fotografia. Scoprite tutto da soli se già non l'avete fatto.

2) NEBRASKA - Alexander Payne

Un bianco e nero che fa tanto 'alternativo' e una storia di vecchi rincoglioniti nella profonda provincia americana. Ci sono tanti cliché in 'Nebraska' ma poi lo vedi senza pregiudizi e devi ammetterlo che è un gran film. Perché forse le province si assomigliano un po' tutte e anche i vecchi rincoglioniti si assomigliano un po' tutti. E - pensandoci - anche le finte lotterie che ti promettono vincite milionarie e invece sono mezze truffe. E anche noi (non più tanto) giovani  che rapidamente passiamo da promettenti a deludenti. Ma ci riscopriamo radici profonde - una necessità di camminare in avanti. Di innamorarsi, persino. Il Nebraska o l'appenino emiliano  - non fa poi tanto differenza. Un po' come da bambini cercare il far West sul fiume dietro casa. E c'era.

1) BOYHOOD - Richard Linklater

Magari tra qualche settimana farà il pieno di oscar ed è un idea che non mi dispiace affatto. Se li merita. E pazienza se risulto poco alternativo a metterlo primo. Il fatto è che è un cazzo di capolavoro, non solo e non tanto per come è stato realizzato - tutti saprete delle riprese realizzate in 12 anni seguendo la crescita reale del protagonista - ma anche e sopratutto perchè è un film che sa spiegare  - e in maniera assolutamente empirica - il senso stesso del cinema, proprio oggi che sembra (quasi) una cosa superata. Linklater non fa certo un film duro o difficile, ma sposa un narrare truffautiano, e con la stessa disincatata dolcezza di Truffaut segue i suoi personaggi (personaggi che ama, questo proprio non lo si può negare) fino ad una di quelle mistiche scoperte che possono capitarti solo in un giorno qualunque.

martedì 27 gennaio 2015

Consuntivi 2014 - Cinema (1)

Con deplorevole ritardo mi accingo a compilare la mia classifica di fine anno. Mi rendo conto che siamo già verso la fine del primo mese del 2015 e che - se da un lato l'idea di elaborare la playlist in gennaio -  anziché in dicembre come fanno tutti - continua a sembrarmi buona, dall'altro l'ho veramente tirata per le lunghe. Ma andiamo ad iniziare senza indugio ricordando semplicemente alcune regole basiche a cui mi sono attenuto: ho inserito solo film e musiche che effettivamente ho visto e ascoltato ed ho tenuto come riferimento temporale (questo vale in particolare per i film) la data di uscita italiana (quindi può capitare che in classifica ci sia un film che nel paese d'origine è uscito nel 2013, se da noi è uscito l'anno dopo).

10) I GUARDIANI DELLA GALASSIA - James Gunn


Da uno dei fumetti di supereroi più divertenti e cool degli ultimi anni (parlo in particolare della serie nuova scritta da Brian Micheal Bendis e disegnata - tra gli altri - dall'italianissima e bravissima Sara Pichelli) è scaturito uno dei marvel movie più belli di sempre (ha davvero pochi rivali: direi solo Avengers e Spider man 2 - quello di Raimi, of course). James Gunn è un regista dai nobili trascorsi Troma e via via si andava avvicinando a produzioni più mainstream, ma qui fa davvero il grande salto rischiando di diventare il nuovo Peter Jackson (ma i guardiani sono mille volte meglio di qualsiasi hobbit).
Il film è divertente dall'inizio alla fine, restituisce quel sense of wonder tipico della SF spettacolare stile Star Wars senza essere scopiazzone. Ha dei personaggi memorabili (tutti - ma chiaramente Groot l'uomo albero e Rocket il procione spaziale rimangono particolarmente impressi) e ci fa sognare ad occhi aperti. Al termine della proiezione c'erano dei ragazzini che applaudivano e anche questa è una piccola emozione.

9) 12 ANNI SCHIAVO - Steve McQueen

Non fatevi ingannare dagli oscar vinti e dalla puzza di buonismo che c'è intorno. Badate alla sostanza. Steve McQueen continua a seguire le sue ossessioni corporali e lo fa mostrandoci qualcosa che tanto ci sembra lontano da non capire quanto sia invece mostruosamente vicino - quanto sia ancora sempre possibile. L'odissea del libero cittadino ingannato e ceduto come schiavo ad un ricco proprietario terriero ci appare da un lato certamente come un viaggio all'inferno , dall'altro ci da un esempio di come la banalità del male di cui tanto si parla sia una scintilla che davvero ha buon gioco a scattare in ogni momento. In mezzo a tutto ciò il corpo umano: umiliato, offeso, martoriato, torturato, sfruttato all'estremo. E gli ideali: l'utopia come unico riscatto perseguibile. Qui con la libertà (ma solo di uno - contro tutti gli altri ancora schiavi) altrove (Shame) con l'estremo sacrificio.

8) LOCKE - Steven Knight

Un altro film dal senso estremamente morale. E sono forse i tempi a dettarcene la necessità.
Un uomo dentro la sua macchina (evidente simbolismo, l'ambientare dentro l'abitacolo tutta la pellicola) fa i conti con se stesso e rimette in discussione la sua vita. Mesi prima gli è capitato di fare sesso occasionale con una sua collega - ora lei è incinta e sta per partorire. Il protagonista (un magistrale Tom Hardy - unico attore del film presente fisicamente) decide di essere presente alla nascita anche se l'indomani un lavoro molto importante lo attenderebbe, anche se questo significa confessare tutto a sua moglie e ai suoi figli, anche se - in fin dei conti - la futura mamma è poco più che una sconosciuta. Mette in gioco tutto ma non arretra - dirige i lavori per telefono ben sapendo che i vertici della multinazionale per cui lavora lo faranno fuori. E la sua cavalcata verso l'ospedale assume il senso metafisico della lotta titanica dell'eroe. Un film di sentimenti e filosofia che diviene - inevitabilmente - politico.

7) ANIME NERE - Francesco Munzi


Finalmente posso inserire un film italiano e senza sentirmi in colpa. Anime nere è un noir con i controcoglioni, uno spaccato sulla realtà criminale del nostro paese (lo sapete che la 'ndrangheta è piuttosto ramificata vero?) che è anche un atipico prodotto di genere. E proprio in questo non aver paura di sporcarsi le mani sta il segreto della sua riuscita. Non un banale film a tesi che pretendondosi autoriale finisce per essere poco meglio che una fiction mediaset, bensì un solido racconto messo in scena con personalità e con profondità di visione divenendo così 'd'autore' sul serio e non per una sorta di autocertificazione. I paragoni con 'Fratelli' di Abel Ferrara si sono sprecati e sono anche pertinenti. Il finale poi è di quelli che non si dimenticano tanto facilmente ed ha le movenze dolenti ed efferate del miglior noir coreano.

6) MAPS TO THE STARS - David Cronemberg





Dopo qualche film non perfettamente a fuoco ('A dangerous method' per quanto interessante appariva mosciarello - 'Cosmopolis' si perdeva e si avvitava in se stesso pur avendo un suo perché) Cronemberg ritorna qui ai massimi livelli narrando una complessa vicenda che mescola divismo adolescenziale, ossessione per la giovinezza e vari livelli d'incesto. Le fiamme del passato sono distruzione pura come la verità nel presente. Hollywood ( a cui Cronemberg è sempre stato lontano - in parte per caso ma certamente anche per scelta) è una serie concentrica di inganni che coprono altri inganni. Tutto è risaputo e forse persino voluto. La verità non può che essere disturbante e passare lungo la via della malattia mentale e del fuoco. Alla fine ne esce un film 'spazioso' (come pare inevitabile parlando di Hollywood) e - se non proprio ottimista - perlomeno romantico. In un certo senso.