Elenco blog personale

lunedì 13 agosto 2018

Le Storie (Siamo noi)/3








n.11 – Il lungo inverno – Giovanni Di Gregorio/Francesco Ripoli
Un racconto questo che non brilla forse di originalità ma che riesce in effetti a prescinderne grazie ad alcuni elementi che sono – a parer mio – rispetto all’originalità ancora più importanti, ossia: una sceneggiatura solida ma in grado di tener conto di atmosfere e sfumature e disegni perfettamente in linea con gli obiettivi della narrazione. L’ambientazione scandinava (lappone, per la precisione) fa subito pensare al giallo nordico che tanto piace di questi tempi (anche con qualche ragione) ma poi vira verso quello che è senza dubbio il principale referente, cioè il cinema di Ingmar Bergman (i vostri amici dicono che è noioso? Non credeteci e verificate di persona, potreste avere qualche sorpresa).
Lars Svensson è un botanico che si reca in una clinica lappone per curare una dermatite all’apparenza banale ma assai persistente e fastidiosa, qui – in un posto decisamente isolato e perennemente innevato – farà conoscenza con gli altri ospiti della clinica e – inevitabilmente – anche con se stesso; fino a dipanare quel grande mistero inespresso (ma non poi difficile da capire) che aleggia sulla struttura tutta.
Di Gregorio (attivo perlopiù su Dylan Dog e Dampyr ma anche autore di una graphic novel di taglio giornalistico su Brancaccio) se la cava davvero bene e capisce subito che – nel caso in questione – a contare non sono tanto i colpi di scena o gli eventi a sorpresa quanto piuttosto le atmosfere. Ed in effetti è proprio nel contrasto tra l’oppressione della clinica (riflesso degli angusti labirinti della mente umana) e l’algido paesaggio circostante (in grado di richiamare sensazioni di purezza e pace, come sempre le ampie distese innevate riescono a fare) a dare la giusta pulsione narrativa al tutto, una sorta di desiderio di redenzione (per cose non dette) che finisce per essere l’inconscio motore trainante della vicenda.
Francesco Ripoli ha un talento enorme ed è forse un peccato che non si vedano in giro abbastanza lavori suoi, forse è un mio limite ma io ho trovato solo ‘Senza sangue’ (Baricco adattato da Tito Faraci e dallo stesso Ripoli) e ‘Ilaria Alpi’ (edito da Becco Giallo e scritto da Marco Rizzo, ricostruisce le vicende relative all’omicidio della giornalista del tg3). Colpisce soprattutto nell’utilizzo dei neri, abbondanti ed atti quasi a ‘sporcare’ le tavole, donando così un risalto ancora maggiore a quelle in cui (poche in verità) deve essere il bianco a prevalere; per qualche motivo mi ha ricordato Schulteiss (chi lo ricorda?) ma è solo una suggestione personale, me ne rendo conto.
[7,5]




n.12 – La pazienza del destino – Paola Barbato/Giovanni Freghieri

Barry Melville è un divo di Hollywood che si trova in un brutto guaio, c’è infatti un personaggio misterioso che minaccia la sua vita. Per fermarlo si rivolge a Douglas Monroe, un investigatore privato – visibilmente ricalcato sulle sembianze di Humphrey Bogart – che la sa parecchio lunga sui misteri della capitale del cinema nonché sui vizi e le abitudini dei suoi abitanti.
È facile intuire che ‘La pazienza del destino’ va a parare nel territorio del noir classico, in un’ipotetica linea che congiunge Chandler e Hammett (ma in particolare le loro trasposizioni cinematografiche) fino ai film di Billy Wilder più affini all’argomento (e penso ovviamente a ‘Viale del tramonto’);  ma in realtà – se di influenze si deve parlare – sarebbe meglio non andare troppo lontano nel tempo e limitarsi a quel filone che potremmo definire ‘iper citazionista’ e che fa dell’esibizione ostentata dei topoi  di un certo genere narrativo il suo carattere prevalente, quasi a definire una sorta di universo parallelo su cui poi andrà ad innestarsi una trama. A ben vedere questo tipo di ‘sospensione dell’incredulità ‘ è quasi ovvia per un genere come il fantasy (ad esclusione, almeno in parte, dei suoi padri fondatori) che ha appigli limitati con la realtà, ma questo può avvenire ed avviene anche con un genere come il noir che – pur avendo confini indefiniti – nella realtà trova ed ha trovato di certo il suo motore propulsivo. Il gioco può portare ad esiti ottimi o mediocri. Nel fumetto alcuni esempi tipici di questo tipo di racconto possono essere ‘Sin City’ o ‘100 Bullets’ ma anche (ad un livello più alto – secondo me) ‘Stray Bullets’ di Dave Lapham; oppure senza spostarci troppo da casa e (forse) saltando di palo in frasca, svariati ‘liberi’ di Lanciostory e Skorpio. In particolare mi è venuta in mente una serie (pubblicata sull’ Intrepido’) chiamata ‘Sorrow’, scritta da Graziano Cicogna e disegnata dallo stesso Giovanni Freghieri (e forse il richiamo nasce anche da qui), un fumetto piuttosto carino ma che sguazzava talmente nei luoghi comuni della malinconia noir da divenire quasi deprimente. Ecco ‘La pazienza del destino’ deprimente riesce a non esserlo ma il peso dei luoghi comuni usati a piene mani lo paga comunque: non sorprende e non appassiona più di tanto ma nemmeno dà fastidio, diciamo solo che dopo averlo letto lo si scorda facilmente. Lo stile di Freghieri è sempre quello che conosciamo da molti anni, personalmente lo apprezzo e comunque per storie di questo tipo risulta molto adatto.
[5/6]











n.13 – Il moschettiere di ferro – Giovanni Gualdoni/Giorgio Pontrelli

Nella Francia del 1642 – sotto il regno di Luigi XIII – i problemi sono all’ordine del giorno. Le guerre impazzano, i moschettieri sono ormai dispersi e il cardinale Richelieu è sempre più preso dal suo delirio d’onnipotenza che lo porta a tramare oscuri complotti per impadronirsi del potere sul regno (e non solo). A contrastare la situazione rimane ormai solo Luigi II di Borbone duca di Enghien. In modo inaspettato però entrerà in campo anche un personaggio abbastanza singolare: una sorta di automa che in un primo tempo sarà sostanzialmente un’arma nelle mani del diabolico cardinale ma che poi saprà ribellarsi diventando a tutti gli effetti un moschettiere. L’automa in questione però ha delle particolarità, non è solo un oggetto, ma è in grado di parlare, di provare sentimenti e, su queste basi, si intuisce ben presto che la sua natura non ha solamente origine nella scienza ma c’è qualcosa di più (non vi dico a quale mito ci si rifà anche se intuirlo non è difficilissimo).
Gualdoni riesce qui ad imbastire una trama che – seppur alla lontana – ha qualcosa che potremmo anche definire ‘steampunk ’ anche se, in realtà, si tratta più che altro di una sorta di crossover tra archetipi narrativi che di solito paiono destinati a non incrociarsi. L’idea è valida e discretamente originale (anche se questi ‘incontri improbabili’ sono sempre più all’ordine del giorno) ma sembra un po’ fine a se stessa – come se il tutto si risolvesse in un’inconsueta ispirazione ma poi la trama andasse a svilupparsi su binari un tantino canonici. La lettura è comunque un piacevole intrattenimento grazie anche all’ottima prova di Giorgio Pontrelli (disegnatore già visto all’opera su ‘John Doe’ e ‘Dylan Dog’) il cui tratto nervoso dona alle tavole un dinamismo che forse non è la scelta più consueta per una storia ambientata in quest’epoca.
[5,5]







n.14 – Cuore di lupo – Carlo Ambrosini

Carlo Ambrosini è oramai da annoverare tra i maestri del fumetto italiano e su questo non si discute. Il fatto che la gran parte della sua carriera si sia svolta nell’ambito dell’editoria ‘popolare’ (uso questo termine  - per quanto improprio – tanto per capirsi al volo) non fa altro che darci la conferma di come i tempi siano mutati definitivamente e gli steccati oramai saltati. Non ci sono più le riviste ‘d’autore’ a fare da tramite: oramai la consacrazione di un fumettista ad Autore (con la maiuscola) è affidata alla sensibilità ed all’attenzione del pubblico e magari anche alla capacità analitica degli addetti ai lavori – in particolare si sente la mancanza di una vera e propria critica sui fumetti (la colpa è della rete, almeno in parte – troppo caotica, dispersiva e settorializzata per far emergere un discorso in qualche modo unitario  unito alla visione del singolo interprete)[i].
Questa premessa solo per dire che la mia opinione sulla storia in questione può essere un tantino viziata dall’aspettativa che avevo. A pensarci bene poi è può essere giusto che autori anche affermati (anzi soprattutto loro) colgano l’occasione di una collana antologica per sfogare la propria creatività con qualche storia palesemente minore. ‘Cuore di lupo’ racconta la vicenda di Jeff Cardiff, giornalista che si trova a indagare su un crudele massacro perpetrato in un cantiere edile del New Jersey ai danni di sei operai. Viene anche appiccato un incendio per coprire qualsiasi traccia ma ci sono dei testimoni: due giovani nativi americani che – proprio per questo – diverranno bersaglio di una spietata caccia all’uomo.  L’indagine di Jeff lo porterà anche a rivangare aspetti del suo passato legati alla cultura degli indiani d’america, con riferimento in particolare alla amatissima nonna appena scomparsa e ad un lupo - amico ma anche ‘spirito guida’.
A pensarci bene l’unico problema di quest’albo è forse l’angusto limite nel quale si auto costringe: il materiale narrativo e le atmosfere avrebbero  meritato uno sviluppo di più ampio respiro; così invece i punti di forza del racconto (che stanno soprattutto nel background del protagonista) necessariamente rinunciano ad un loro pieno sviluppo per la necessità di portare a conclusione una trama poliziesca che necessariamente deve giungere ad un punto fermo. Superfluo dire che quello che manca è proprio quel magico equilibrio che invece si realizzava benissimo in ‘Napoleone’ e ‘Jan Dix’ -  ma in quei casi si trattava di serie regolari o miniserie comunque di ampio respiro, dove lo spazio per la definizione di personaggi ed atmosfere non andava assolutamente a scapito del procedere della trama.

[6,5]


[i] Il rischio è di parificare tutto – ma attenzione: il blog di un semplice appassionato che si diletta a scrivere delle cose che ama (come questo) non può né deve avere uguale valore rispetto agli scritti di chi a quell’argomento ha dedicato magari anni di studio e ricerca.





n.15 - I FIORI DEL MASSACRO – Roberto Recchioni/Andrea Accardi
La giovane Jun vede il padre suicidarsi per denunciare la corruzione e il malaffare presenti alla corte del daimyo mentre questi e i suoi funzionari lo schernivano. Tentata a sua volta dal suicidio incontra però – in un giorno di pioggia – un vecchio viandante cieco che si rivelerà essere ben di più di quello che appare: si tratta infatti di Ichi, personaggio a metà tra la figura leggendaria e l’amico di famiglia (interviene infatti sulla base di una richiesta inviatagli a suo tempo dal padre di Jun). In breve: la giovane viene condotta dall’anziano guru lungo la cosiddetta ‘Meifumado’ – la via dell’inferno del guerriero ed inizierà così un percorso sanguinario che la porterà ad ottenere vendetta.
Ci troviamo qui di fronte ad una sorta di seguito ideale de ‘La redenzione del samurai’ (Le Storie n.2) – dove Recchioni e Accardi proseguono nell’esplorazione del chanbara (sostanzialmente definibile come il genere cappa e spada nella cultura giapponese) – ambito questo che dovrebbe portare, prima o poi, ad una vera e propria miniserie dedicata a queste tematiche. Le influenze sono tante e spesso dichiarate: si va da dal classico ‘Onibaba – Le assassine’ fino a ‘Lady Snowblood’ (e per relazione anche Kill Bill, quindi) ma sarebbero tantissime le opere da citare e delle quali non ho conoscenza diretta – d’altronde il filone , che potremmo definire (alla grezza),  ‘Ninja femminile’ è comunque piuttosto vasto. Inoltre occorre anche dire che in quest’ambito non è tanto l’originalità del racconto a contare quanto l’abilità nel mettere in scena una storia che – pur con qualche variante – è grossomodo sempre quella e soprattutto il pathos che ci condurrà – inevitabilmente – al massacro finale. Bisogna ammettere che qui tutto funziona alla grande – dalla sceneggiatura che non si nega sequenze (e silenzi) di chiara origine manga fino agli ottimi disegni di un Andrea Accardi come sempre a suo agio con atmosfere nipponiche. Ottimo.

[8]   



venerdì 10 agosto 2018

An unlikely diary - Appunti musicali

Riprendiamo - con la necessaria avvertenza che si tratta di una lista disordinata - ma anche considerando che spesso il disordine non è altro che una forma superiore di ordine.

                                                MARLENE KUNTZ - CENERE (1996)

Una band piuttosto fraintesa a ben vedere - tutti a cianciare dei Sonic Youth italiani quando in realtà il nesso di derivazione dalla band newyorchese - pur ben presente - non è forse quello che risulta maggiormente. Bisogna forse guardare a band con una maggiore derivazione metallica con una componente melodica comunque spiccata. Comunque se dovessi consigliare un album - ed uno solo - della compagine piemontese questo sarebbe 'Il Vile' - all'interno del quale spicca questa zozza e rumorosa 'Cenere' furente dichiarazione d'inadeguatezza: al coito ed ancor di più alla vita.

                                       RED HOUSE PAINTERS - KATY SONG (1993)

Ce ne saranno a milioni, di canzoni nostalgiche che parlano di amori finiti, forse nemmeno mai veramente cominciati - che si interrogano su quello che avrebbe potuto essere e invece non sarà mai. Canzoni del Lungo Addio le potremmo chiamare - in omaggio ad una notissima storia di Dylan Dog o ad un romanzo di Raymond Chandler. Ce ne saranno a milioni, dicevo, ma provate a trovarne una più bella di questa.

                                              SONIC YOUTH - TEENAGE RIOT (1988)

Scatta qualcosa immediatamente - non appena inizia questo pezzo. Come se si sapesse immediatamente 'da quale parte stare' e 'da dove si viene' ('dove si sta andando' invece no - ma sarebbe pretendere un po' troppo). L'incipit di quello che è certamente l'album manifesto della band riporta immediatamente indietro nel tempo - poi si sa che niente è per sempre e men che meno la giovinezza - i Sonic Youth si sono sciolti e Thurston Moore e Kim Gordon si sono persino separati. Eppure è tutto ancora li - nella straniante eternità di un attimo.

                           FRANKIE VALLI AND THE FOUR SEASONS - RAG DOLL (1964)


l'innocenza - l'adolescenza del nostro vecchio mondo - il senso della scoperta e la voglia di rivalsa. Ma sempre e comunque soprattutto la figa.
Frankie Valli e i suoi ragazzi del New Jersey infilano una serie di hit (di un qualcosa che potremmo definire semplicemente pop o anche - perché no - soul bianco) ed entrano nel cuore di chiunque li abbia ascoltati. Consiglio comunque la visione del misconosciuto film di Clint Eastwood 'Jersey Boys'.

                                               TINDERSTICKS - TINY TEARS (1995)

Una delle canzoni più intense che io ricordi - forse anche il primo pezzo dei Tindersticks che ho ascoltato. Un pezzo tristissimo - indubbiamente - ma che mette persino addosso una svagata allegria.
Perché certe lacrime sono più allegre di certe risate - fatevene una ragione e piantatela coi selfie che siete ridicoli. 


domenica 5 agosto 2018

An unlikely diary - appunti musicali

Iniziamo qui sgranare una playlist di pure e semplici 'grandi canzoni' - pezzi che mi sono entrati nella testa per i motivi più svariati e la cui importanza prescinde dall'oggettività ma si sostanzia esclusivamente in considerazioni personali. A volte troveremo brani universalmente amati oppure semplicemente 'di culto'. Ci saranno pezzi molto poco noti ed altri notissimi - pezzi che amano tutti ed altri universalmente considerati schifezze. Un puro esercizio di memoria e narcisismo, dunque. Divertente però - almeno per me.

                                         DEREK AND THE DOMINOS - LAYLA (1970)
Il perchè Eric Clapton scrisse questa canzone è cosa nota. Fossi sposato e qualcuno scrivesse un pezzo così per mia moglie pretenderei che lei gli si concedesse (o - in alternativa - proverei a concedermi io stesso). Proiettare i propri ideali sentimentali in una canzone del genere crea forse aspettative troppo elevate. Ma poi la senti.

                                   MASSIVE ATTACK - UNFINISHED SYMPATHY (1991)

Forse l'apice (anche se è difficile dirlo) del primo album dei Massive Attack. Il 1991 è stato un anno munifico di capolavori musicali - un anno che non mi piacque granché mentre lo vivevo ma che ora mi sento di rivalutare. La voce è di Shara Nelson (attiva anche in proprio ma nota soprattutto per la presenza in 2 pezzi di quest'album). Prima di ascoltare questo pezzo ero stupido (cioè: anche più di adesso).

                                                   NENA - 99 LUFTBALLONS (1983)

Ad oggi è l'unico pezzo che conosco di Nena (rimedierò prima o poi). L'ho adorato sin dal primo ascolto - che dev'essere avvenuto quand'ero bambinello - poi l'ho rimosso e solo pochi anni fa l'ho riascoltato amandolo anche più di prima. Il motivo è che mi sprigiona una certa gioia tanto più bella quanto più priva di senso. Il testo ha un contenuto pacifista ma io lo preferisco in tedesco (che è poi la lingua originale - per quanto poi sia uscito anche in inglese e spagnolo).

                                            THE LA'S - THERE SHE GOES (1988)
D'accordo i La'S sono stati un gruppo sottovalutato e il loro primo album conteneva tante cose belle che presagivano parecchio del brit pop a venire. Sarà anche vero (in parte lo è - certamente) ma un pezzo così mette in ombra tutto il resto. La perfezione che - inevitabilmente - si accompagna ad una certa malinconia.

                                                       KORN - GOOD GOD (1996)
Oh intendiamoci bene e una volta per tutte - la rabbia serve - serve per tirare avanti - per non cadere nella depressione e nella rassegnazione - per non cedere a compromessi troppo squalificanti - per provare almeno a rimanere 'parte in causa'. Oppure - mestamente - a pianificare un triste ma dignitoso esilio. Prima che i Korn venissero travolti dalla moda del nu-metal (genere che hanno decisamente contribuito a creare) se ne uscivano con due album maestosi. Erano utili per me.


sabato 4 agosto 2018

Pages of Bettie

Buona Estate a tutti. Ritempriamo gli occhi (ma anche la mente) in compagnia della nostra imperitura icona Bettie Page.





venerdì 27 luglio 2018

Pages of Bettie

Manco a farlo apposta è nuovamente scattata la censura di facebook. Ancora a causa di Bettie Page (delle tette o - per la precisione - dei capezzoli). L'algoritmo malefico ha colpito ancora ed è stato tempestivo.
Avevo messo il link del precedente post sulla mia pagina FB. Resomi conto che la foto scelta (in automatico) come anteprima vedeva la divina Bettie con le tette al vento ho immediatamente tolto il post ma - evidentemente - non sono stato abbastanza tempestivo.
Forse dovrei scusarmi con tutti coloro che - in quei 30 secondi - si saranno sentiti turbati. Dopotutto uno va su Fb per inneggiare ai campi di sterminio e difendere Salvini dai cattivacci comunisti pro-negri e anti-italiani e si trova davanti una donna nuda: si rischia di diventare intelligenti (e non sia mai!).
Comunque poco male - proseguiamo.





venerdì 20 luglio 2018

Pages of Betty

Intanto mi scuso per l'assenza prolungata. Ho tenuto il blog in animazione sospesa, preso dalla sconfortante consapevolezza che di certi argomenti al mondo circostante importa poco. Eppure a volte mi va di scrivere o di fissare certe immagini in quello che è (come forse è giusto che sia) una sorta di diario. Non strettamente privato però ma anzi aperto a chiunque voglia partecipare, anche solo per dare uno sguardo.

Riprendo qui una mia rubrichina che tenevo su una pagina di Facebook (https://www.facebook.com/RadioBoia/?ref=bookmarks) che mi diverto a gestire alternando foto e musica. In quella sede sono stato ripetutamente censurato a causa delle 'offensive immagini di nudo'. Anche di questo mi sono fatto una ragione ma non per questo smetterò di invitare Zuckerberg e soci a farsi curare il cervello.
Comunque - ovviamente - si parla della divina Bettie Page.