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martedì 25 marzo 2014

BITCH SLAP - Rick Jacobson - 2010




Capita a volte che un senso di fastidio pervada l’aria e una lieve nausea soffochi un’esperienza che avreste pensato non del tutto sgradevole. Capita, ed è capitato in più di un caso, quando ci siamo trovati di fronte a quelle che potremmo definire “tarantinate”. Quella sporca patina di postmoderno dove il senso dell’exploitation passa – in un contesto di rilassato ed avvilente pseudo-intellettualismo – da quanto sesso e/o violenza sei in grado di mostrare al numero di citazioni (generalmente di b-movies del passato, ma non solo) sei in grado di piazzare in una sola scena. Chiaro che il rischio che la narrazione, il pathos, la caratterizzazione di situazioni e personaggi vadano a farsi fottere è sempre dietro l’angolo. A ben vedere è il senso stesso del cinema che viene meno, così operando. E il senso dell’exploitation, del cinema bis, in particolare. Cioè: se pensiamo a un cinema che sia prima di tutto coinvolgimento viscerale ed emotivo, un divertimento “pop” ma non per questo stupido.
Eppure – come sempre più spesso mi capita – anche queste mie affermazioni di cui sopra – delle quali fino a qualche tempo fa ero piuttosto convinto, sono state messe in crisi. Ad iniziare lo sgretolamento di questo mio “nostalgico” sguardo, rivolto al sano divertimento popolare che non c’è più, ha cominciato proprio colui che della rivalutazione del cinema bis è certamente il primum movens, ossia mr. Quentin Tarantino. Tenterò di spiegarmi: se è possibile costruire storie anche molto articolate e complesse, facendo, sostanzialmente, un uso esclusivo di materiale e suggestioni provenienti da pellicole preesistenti, risultando al contempo in grado di appassionare e divertire, ciò significa – deve significare – che creare ex novo da materiali riciclati non solo è possibile ma – in un certo senso – è addirittura doveroso. O – detto in altri termini – come potrei raccontare me stesso e la mia visione del mondo, senza far uso di suggestioni culturali (in senso lato) preesistenti?  Quando proprio queste sono una parte fondamentale e determinante della mia visione delle cose?  Che è poi il concetto che sta alla base dell’idea stessa di postmoderno o – per stare più coi piedi per terra – della costruzione di musiche partendo dal campionamento di composizioni preesistenti: solo che qui non si estrapola di peso, ma si ricrea ex novo, dando un’unità contestuale ad elementi di provenienza disparata. E – a ben vedere – il paragone musicale più calzante non è quello con una musica fondata interamente sui samples bensì quello con un’idea di pop “totale”, capace di unire le influenze più disparate, creando “oggetti sonori” nuovi non utilizzando – di fatto -  nulla di nuovo (e i nomi da fare potrebbero essere tanti – uniti solo da quest’approccio – Dirty Projectors, Vampire Weekend, Neon Indian). 

Erin Cummings (Hel)


È però un discorso che ci porterebbe lontano e, se pensiamo che intendo affrontare un’opera tutto sommato modesta, la fatica può apparire incongrua. Mi è tuttavia parsa necessaria una premessa simile in ragione delle tante recensioni negative lette a proposito del film in questione; laddove in sostanza si finisce per affermare che certi giochetti vanno bene se li fa Tarantino ma poi basta. Atteggiamento, questo, che ricorda un po’ quei critici che, parlando di spaghetti western, affermano che Sergio Leone era certamente un grande ma il resto è dimenticabile. Gente che – lo dico in tutta serenità – non ha capito un cazzo.
Ma – in buona sostanza – com’è questo Bitch Slap? Iniziamo col dire che la cifra stilistica del film non è poi tanto difficile da individuare se diamo anche solo un’occhiatina al curriculum del regista Rick Jacobson (nome che – di primo acchito – dice ben poco me ne rendo conto). Costui – negli anni passati – ha diretto vari film interpretati da Donthe dragonWilson. Avete presente quelle simpatiche pellicole di arti marziali che impazzano anni fa su italia 1, ecco proprio quelli. Io li ho sempre trovati piuttosto divertenti ma capisco che qui è questione di gusti e comunque sul fatto che siano minchiatelle non è il caso di avere dei dubbi. Ma le vere peculiarità (ehm...) autoriali di Jacobson emergono dalla sua produzione televisiva che comprende alcune delle serie più gioiosamente cult degli ultimi anni, roba come Baywatch, Hercules, Xena ed anche il mio adorato Spartacus. Si tratta di fiction assolutamente citazionista e retrò ma – a differenza di Tarantino e di alcuni suoi epigoni – per nulla intellettuale né men che meno radical chic – anzi iper popolare e persino “ignorante” (ma questo prendetelo per un complimento, è che mi mancano le parole per dirlo altrimenti, essendo ignorante a mia volta). Un tentativo – anche piuttosto riuscito a volte – di prendere l’immaginario di tanti film e telefilm del passato e sbatterlo dentro – un tanto al kilo – a strutture moderne (o quasi). Poco più di un giochetto che però, a voler giocarci, sa essere divertente. 

Julia Voth (Trixie)


Bitch Slap fa semplicemente le stesse cose di Xena ma partendo da materiale di base un attimo differente. Volontà, questa, esplicitata apertamente nei titoli di testa ultra kitsch composti esclusivamente da spezzoni di pellicole interpretati da “femmine folli” che se le danno di santa ragione o che si sollazzano in atteggiamenti lesbo o sparando con grosse armi da fuoco. Sono proprio i film di Russ Meyer (e di conseguenza certamente anche “Death Proof” di Quentin, ma anche “Kill Bill”) più vagonate di action ed exploitation anni ’60 e ’70 (un esempio può essere “Foxy Brown” oppure la serie delle “Charlie’s angels”) il punto di partenza – e anche di arrivo a ben vedere.   
America Olivo (Camero)


L’azione parte con tre ragazze Trixie, Hel e Camero (interpretate da Julia Voth, Erin Cummings e America Olivo) nel bel mezzo del deserto, impegnate a torturare un losco figuro per ottenere informazioni circa un tesoro che sarebbe nascosto da quelle parti. La storia procede essenzialmente per flashbacks, nei quali veniamo edotti sul passato delle tre bonazze. Nel procedere del racconto c’è spazio un po’ per tutto, in particolare sesso lesbico – accennato ma succulento – e armi da fuoco a tutto spiano. Entrano in scena anche due mezzi psicopatici (un punk e una giapponesina sanguinaria assai), uno sceriffo che si innamora delle più indifesa delle tre protagoniste ma farà una brutta fine e un misterioso supercriminale la cui identità si intuisce quasi subito ma poi si scorda (e il farti scordare la tua intuizione fino alla fine è indubbiamente un grosso pregio).
Andrebbe aggiunto che tra le tre ragazze si insinua una certa rivalità ed una profonda gelosia che scatenerà la violenza nella personalità border line di Camero. E che il tutto finisce a schifio. Tranne ovviamente per la protagonista della sorpresina finale. 


Le scene divertenti sono parecchie a patto che vi piacciano le sparatorie e le tette grosse, nonché le inquadrature finalizzate a mostrare il più possibile di carne femminile. Poi va detto che la struttura a flashback è un po’ stancante alla lunga e che i tentativi di contorcere la trama sono a volte pretestuosi, cioè anche sensati se vuoi crederci ma è comunque chiaro che la trama non è la parte più importante del film e pretendere di complicarla troppo non mi pareva il caso. Ma comunque chissenefrega: Bitch Slap è una pellicola divertente e che ti tira fuori un sorriso. A calci nei coglioni.  

p.s.
Alcune scene (pochi secondi) risultano censurati nell’edizione cinematografica italiana, tra cui il sesso lesbo in confessionale, peccato perché è parecchio divertente (anche se poi la ritrovate sul dvd).  


 il Magnani dice: 6,5
                                                                          il Trailer

giovedì 13 marzo 2014

cult songs/ TINDERSTICKS - Tiny tears



You've been lying in bed for a week now
Wondering how long it'll take
You haven't spoken or looked at her in all that time
It's the easiest line you could break
She's been going about her business as usual
Always with that melancholy smile
But you were too busy looking into your affairs
To see those tiny tears in her eyes

Tiny tears make up an ocean
Tiny tears make up a sea
Let them pour out, pour out all over
Don't let them pour all over me

How can you hurt someone so much your supposed to care for
Someone you said you'd always be there for
But when that water breaks you know you're gonna cry, cry
When those tears start rolling you'll be back

Tiny tears

You've been thinking about the time, you've been dreading it
But now it seems that moment has arrived
She's at the edge of the bed, she gets in
But it's hard to turn the opposite way tonight

Tiny tears


venerdì 7 febbraio 2014

Radio Boia playlist - Il passato (immaginato)

Capita a volte di trovarsi a fantasticare di epoche passate, di immaginarsi nel ruolo di uno o più personaggi tipici di un dato periodo storico. Il fatto è che la storiografia corrente ci restituisce il sapore dei tempi andati spesso ragionando per stereotipi. In effetti, se pensiamo - per esempio - al medioevo ci vediamo come impavidi cavalieri, viziosi uomini di chiesa oppure dotti e saggi campagnoli. Se pensiamo agli anni '30 ci vediamo come gangsters o magari attivisti anarchici o comunisti. Pochi immaginano sè stessi come gente comune: contadini, operai, servi della gleba, casalinghe, ladruncoli o prostitute. Qualcuno si immagina generale, praticamente nessuno soldato semplice. Certo tra chi ha vissuto gli anni '70 ci saranno ex attivisti politici o anche ex terroristi o ex hippies; tra chi ha vissuto gli '80 ci saranno ex paninari o ex yuppies. Persino in chi ha vissuto i '90 ci sono ex grunge che girovagavano  in camicione di flanella e capelli lunghi spettinati e un poco unti (ok, tra questi c'ero anch'io - ma un pò per caso).
In verità però il "sentire comune" di un' epoca non lo fanno solo i "personaggi tipici". Certo però che è proprio quest'identificazione a farci scattare - immediata - quella nostalgia di cose mai vissute che - più di tant'altro - sa darci propulsione e spinta creativa anche qui - oggi - in questo eterno presente che capire non sai.
Tutto ciò per andare a ravanare in leggerezza nell'ambito di alcune - note o meno note - curiosità del passato. Partiamo col sempre gradevole Alexander Robotnick (a.k.a. Maurizio Dami). Protagonista di un tempo in cui sembrava vicino lo switch tra umano ed elettronico. Tutto - ma soprattutto musica e teatro - gli ambiti in cui il nostro si cimentava (con Avida - ensemble di "dance cabaret") -  sembrava dovesse passare direttamente in gestione alle macchine: così da un giorno all'altro. Il futuro spaventava ma in verità lasciava anche aperto un mondo di possibilità nuove.  Ed una musica che - almeno nei momenti migliori - ancora diverte. Ed invita a guardare avanti. Che poi l'invito ci giunga da trent'anni fa è un paradosso solo in apparenza.
                                           Alexander Robotnick - Dance Boy Dance
Nada sicuramente è una cantante molto nota; da sempre a suo agio sia nel pop commerciale seppure spesso di buona qualità ("Ma che freddo fa" ed "Amore disperato" oltre ad essere i suoi più grandi successi sono anche due assoluti capisaldi del pop italiano di sempre) come nel cosidetto "rock d'autore" frequentato con buoni esiti, specie negli ultimi anni. Fin da giovane aveva però sperimentato percorsi un tantino eccentrici. L'episodio più noto in tal senso si intitola "Ho scoperto che esisto anch'io"del 1973 , album interamente scritto da Piero Ciampi, con l'asciutto maledditismo alcolista che da sempre lo ha caratterizzato. Vita da bohemiene, e non per modo di dire.
                                                                             Nada
La canzone che ascoltiamo non è forse la migliore, ma è stata la prima che ho sentito: non mi è nemmeno piaciuta lì per lì. Tuttavia  - e a lungo -  mi è rimasta in mente.

                                                        Nada - Come faceva freddo 
Torniamo poi in territori già da tempo frequentati. Gli Stereolab - ad esempio - sono stati per molto tempo (direi soprattutto sul finire dell'ultimo decennio dello scorso secolo) tra i miei preferiti. Certo già da tempo la band di Laetitia Sadier e Tim Gane non ha più la rilevanza dei giorni migliori (ed in effetti sono anche entrati in un lungo periodo di stand by, pur essendo ancora attivi). Ciò non significa però che non valga più la pena ascoltarli.
                                                                                 Stereolab
"Sun Demon" è un estratto dall'album "Not Music" del 2010. Ad oggi la loro ultima emissione su supporto discografico.
                                                             Stereolab - Sun Demon
E già che ci siamo rispolveriamo anche i Pastels con "One Wild Moment" nel celebre remix stereolabico. Contenuto nel remix album "Illuminati" del 1998.

                                         The Pastels - One Wild Moment (Sterelab remix)
Rimaniamo nell'ambito delle mie personalissime cult band per riascoltare anche i Tindersticks, qui alle prese con un duetto con Lhasa De Sela - cantautrice molto apprezzata per i suoi album dedicati soprattutto alla tradizione sudamericana, morta a soli 37 anni, nel 2010. Ecco come il passato ci rivela alcune fragili promesse ed anche il suo modo bizzarro per mantenerle. Qualche volta fa male, appunto.
Negli ultimi anni stava lavorando alle canzoni dei cileni Victor Jara e Violeta Parra. Io - fino a poco tempo fa - non sapevo neppure chi fossero: ma il passato può ancora comunicare - a volere ascoltare.

                                                                      Lhasa De Sela
Il pezzo in questione si trova in "Waiting for the moon", album di Staples e soci del 2003.

                                       Tindersticks & Lhasa De Sela - Sometimes It Hurts

E chiudiamo andando a cortocircuitare  - rigorosamente a cazzo di cane - tra passato remoto e (non più) presente. I 5th Dimesion li conosciamo tutti - volenti o nolenti - visto che il medley tra "The age of aquarius" e "Let the sunshine in" è a tutt'oggi un tormentone - a circa 45 anni dall'uscita. Reso noto soprattutto dal musical (e relativo film) "Hair" che, in tema di cose " che non sono andate esattamente come dovevano" , ha da dire anche troppo.  I 5th dimension hanno fatto anche altre canzoni però - generalmente piuttosto gradevoli.
Per curiosità andiamo a ripescare la cover di un caposaldo dei Cream.

                                             The 5th Dimension - Sunshine of your Love

E chiudiamo con un gruppo relativamente nuovo ossia i Wildlife. Canadesi e autori di due album discreti(il primo era solo un ep, per essere precisini). Potrebbero divenire un grandissimo nome o - cosa forse più probabile - l'ennesima next big thing che dura solo "l'espace d'un matin".
                                                                          Wildlife
A volte mi chiedo se - tra 20,30 o 40 anni - le giovani band di oggi godranno dello stesso alone di culto sotterraneo di cui ammantiamo anche formazioni all'epoca totalmente neglette o misconosciute degli anni 60,70 ecc. Temo di no, perchè oggi appare tutto più deperibile, proprio quando siamo più atrezzati per conservare. Temo di no - dicevo - epperò spero di si. Intanto chi pensa di avere qualcosa da dire continua a far bene a provare a dirlo.
                                                            Wildlife - Stand in the Water