Elenco blog personale

venerdì 29 novembre 2013

GRIZZLY, L’ORSO CHE UCCIDE – William Girdler – 1976



Ci sono opere di finzione che si impongono nell’immaginario di una persona in modo tanto indelebile quanto – in fondo – non facilmente giustificabile o, perlomeno, non giustificabile in termini meramente razionali. Tanto per essere chiari, si tratta il più delle volte di film (o musiche, libri, fumetti, pubblicità, particolari architettonici o quant’altro) visti – spesso non interamente – in tenera o tenerissima età ed assurti al rango di elemento mitologico personale, per motivi che poco o nulla hanno a che fare coi meriti oggettivi dell’opera e molto – invece – con un processo che definirei di auto narrazione. Per spiegarmi meglio: avete presente quando vedevate un film la sera in tv da bambini (magari solo un pezzetto, perché dovevate andare a letto presto) e poi il giorno dopo ne mimavate le scene ai compagni di classe. Ecco -  fondamentalmente – si realizzava un altro film, ingigantito, con la trama semplificata ma anche resa maggiormente epica. La mente – sia del narratore che degli astanti – dava corpo ad una vera e propria mitopoiesi – creando pellicole che finivano per diventare un oggetto del desiderio dotato di un plusvalore che – sulle prime – sarebbe forse stato destinato a sfuggirti. In realtà “Grizzly”, come anche tutto il grosso della produzione eco-vengeance anni ’70 e primi ’80, è stato scoperto da me (e dalla maggioranza dei miei coetanei) attraverso la visione su reti privati ben più scassone delle già fin troppo edulcorate reti mediaset (che, va detto – antipatia politica a parte – erano comunque meglio durante il loro primo decennio di vita di quanto non siano mai più state dopo); emittenti a diffusione grossomodo regionale che sapevano offrire - anche se il cosiddetto far west televisivo era già finito – visioni goduriose e deliranti a chi – come noi preadolescenti dell’epoca – era in cerca di brividi, di terrore o erotici che fossero. 
Io – tanto per dire – da ragazzino, “Grizzly” non sono riuscito mai a vederlo per intero, finiva sempre, per un motivo o per l’altro che mi ci addormentavo in mezzo. Eppure ad ogni replica ero di nuovo pronto di fronte al televisore, saturo di un rinnovato – o persino aumentato – entusiasmo. Il richiamo che quel ferocissimo plantigrado esercitava su di me aveva qualcosa di inverosimile: che il film fosse bello o brutto, appassionante o noioso, splatter o meno, aveva un’importanza davvero relativa. Ci doveva essere un orso e quest’orso doveva far strage di malcapitati turisti, punto e basta. Poi – va da sé – se avessi avuto la forza di stare sveglio fino in fondo (e se ci vedete un qualcosa da rito iniziatico è probabile che ci sia) il mostro che – nelle mie precedenti visioni – si era mostrato sempre con una certa parsimonia, si sarebbe finalmente palesato in tutto il suo sinistro splendore. Poi però successe qualcosa e – così come era arrivato – “Grizzly, l’orso che uccide”, uno dei film più replicati della storia dell’emittenza locale – scomparve dai palinsesti. O forse – più semplicemente – da casa mia non si prendevano più i canali che lo continuavano a trasmettere. 




Col passare del tempo il ricordo della pellicola in questione è assurto al rango di pietruzza depositata nell’inconscio – di quelle cose collocate nel mondo di un’infanzia dorata ma sempre più rimossa, cose che non sai nemmeno se – in effetti – siano esistite o meno. Tutto ciò almeno fino al momento in cui – alcuni mesi fa – mi capitò di imbattermi in un dvd (su etichetta Quadrifoglio – con tanto di mucca nel logo, vabbè) che non potei astenermi dall’acquistare. E diciamo subito che, a differenza di quanto a volte accade coi video di b movies distribuiti da piccole etichette, il dvd in questione è buono seppur parco di extra che non siano il trailer e la suddivisione in scene (ma chissenefrega – meglio così che sei ore di commenti audio che di tutto parlano tranne che del film).
La visione dell’oscuro oggetto del desiderio si rivela quello che – tutto sommato – avrei potuto – in piena età adulta – aspettarmi da un film di questo tipo. Si rientra infatti in piena eco-vengeance post “Lo squalo”. Abbiamo un ambiente naturale pieno zeppo di turisti, un animale che presenta vistose anomalie rispetto alla norma della sua specie oltre alle ovvie tendenze omicide, scienziati e/o membri delle forze dell’ordine che avvertono del pericolo, affaristi senza scrupoli che sottovalutano la questione essenzialmente per salvaguardare il loro profitto. Lo svolgimento è abbastanza prevedibile ma tutto sommato si fa guardare con piacere, risultando (come in effetti già lo Squalo spielberghiano) più un robusto film di avventura tradizionale che un horror.


Due scene restano impresse, per quanto di breve durata e di importanza in fondo relativa nell’economia complessiva del film: nella prima ad un bambino assalito dall’orso viene staccata di netto un gamba ed il malcapitato infante così mutilato viene inquadrato per un breve istante. Una cosa da poco, d’accordo, eppure è quella nota di crudeltà che non ti aspetteresti, quel piccolo pugno nello stomaco che ti risolleva l’attenzione verso un film quasi programmaticamente moscio. L’altra scena è verso la fine, quando il naturalista professor Scott sta cavalcando alla ricerca del grizzly ma quest’ultimo lo sorprende e – con mossa fulminea – gli decapita il cavallo. Lo scienziato si guarda in avanti quasi pensando di poter continuare a cavalcare un animale senza testa, poi rovina al suolo. Ecco, dunque, cosa salvare di un mito della mia infanzia televisiva, due flash mob di grezza crudeltà contro bambini ed animali. Un po’ pochino certo, eppure non nego che il film complessivamente mi abbia divertito. Forse solo per la necessità – che penso animi molti – di recuperare elementi della propria vita giovanile ed analizzarli con occhi nuovi. O in altri termini il sottile piacere che dà lo scoprirsi cresciuti ma non poi così cresciuti.


Il regista William Girdler ha anche diretto alcuni film blaxploitation come “Sheba baby” (con Pam Grier) e “Zebra killer” nonché altri piccoli cult horror quali “Abby” e “Manitù, lo spirito del male” (pellicole di cui mi riprometto di parlare non appena riuscirò a metterci le mani sopra).    

IL MAGNANI dice: 5 

                                                                                 Trailer

                                                                                   il  film 


venerdì 1 novembre 2013

Radio Boia playlist/guadagnare tempo perso

Primal Scream 
Il film "The Acid House" aveva tutte le carte in regola per essere un successo. Tratto da un romanzo di Irvine Welsh, era chiaramente progettato come un clone ultracazzaro di "Trainspotting". Invece poi non se l'è cagato nessuno e - inoltre - come sia il film proprio non lo so dire visto che non l'ho cagato neppure io. Per puro caso metto le mani sulla colonna sonora e la trovo niente male. Anche qui - come in quella del film di Danny Boyle - ci sono i sempre grandissimi Primal Scream - col brano "Insect Royalty" - all'epoca inedito e poi finito in XTRMNTR. E tante altre cosucce prese da qua e la, perlopiù non inedite ma carine assai (e comunque - per essere chiari - la soundtrack di Trainspotting ha avuto così successo solo perchè c'era dentro "Born Slippy" degli Underworld, anche quello - per la cronaca - pezzo non inedito, ma uscito praticamente solo su singolo).

                                                      Primal Scream - Insect Royalty

Proseguendo nella tracklist avevamo poi i sempre ottimi Pastels con un bel brano contenuto anche in "Sittin' pretty" del 1989 - loro secondo album.
The Pastels  
I Pastels sono una di quelle band che magari non citerò mai se qualche anima caritatevole mi chiedesse di snocciolarle i nomi dei miei musicisti preferiti, eppure rappresentano una sorta di immarcescibile certezza. Uno di quei gruppi che - per quanto si dilettassero a flirtare con "nuove sonorità" e a farsi remixare un po da chiunque - risultano sempre tradizionali e persino rassicuranti. Come stare ubriachi fradici vicino a qualcuno a cui volete bene e pensare (se a ragione o  a torto fa lo stesso) che sì -  dopo tutto ci sarà un futuro. Un ruolo questo che condividono - ad esempio - con gli Yo La Tengo o coi Teenage Fanclub. E con molti altri a dir la verità. 
A scanso di equivoci chiarisco che sto facendo loro un complimento - anzi ,un gran complimento.
                                                       The Pastels - Nothing To Be Done
Un'altra chicca presa sempre da quella colonna sonora è la collaborazione tra Barry Adamson e Nick Cave (già nei primi Bad Seeds - fino al 1986).
Il brano è "Sweetest Embrace" che  dovrebbe essere peraltro una ghost track dell'album di Adamson "Oedipus Schmoedipus" del 1996.
                                        Barry Adamson & Nick Cave - Sweetest Embrace

Cambiamo pellicola adesso e rivediamoci quel gioiellino che è "Lost In Traslation" -  forse tra i film di Sofia Coppola l'unico che riesce a piacere (quasi) a tutti. La parte musicale è - come sempre - molto raffinata. Autore della colonna sonora è Kevin Shields ben prima di tornare in attività coi My Bloody Valentine.
Tra le canzoni che si sentono nel film (oltre alla splendida "Slave To Love" in versione karaoke) si segnala questa "City Girl" del nostro Kevin. A primo ascolto niente di che e forse anche dopo. Eppure a me si è impressa a fuoco nel lobo parietale. Mi sembra un capolavoro. Anzi lo è. E comunque tutto è relativo ed io potrei benissimo essere un pirla.
                                                            Kevin Shields - City Girl
Usciamo adesso dalle colonne sonore per andare a trovare una band che dopo ben sei album tutti veramente belli e raccomandabili sembra (o sembrava - non lo so se esistono ancora, l'ultimo loro album è del 2010) avviata a diventare un classico. Forse un'altra di quelle band rassicuranti che "è bello sapre che c'è" di cui si diceva sopra. Dopo "Misery is a butterfly" sono poche le variazioni sonore presentate nella loro miscela di indie pop decadente in bilico tra shoegaze e dream pop (ma sono cose diverse queste due ? Io non credo però mi diverto a scrivere definizioni). La differenza la fanno però le canzoni e in un loro album di canzoni (anche molto) belle è facile trovarne.
Blonde Redhead

"Here Sometimes" fa parte dell'album "Penny Sparkle" del 2010. Uscito su 4AD che - almeno in considerazione della sua storia - mi pare la loro etichetta ideale.
                                                    Blonde Redhead - Here Sometimes
Il filo conduttore di questa playlist - criptico me ne rendo conto - può essere così espresso: rischiamo di perderci tante cose. Tante altre ne perderemo. Per disattenzione,trascuratezza o istinto di sopravvivenza.

abbiamo ascoltato:
PRIMAL SCREAM - INSECT ROYALTY / THE PASTELS - NOTHING TO BE DONE / BARRY ADAMSON  + NICK CAVE - SWEETEST EMBRACE / KEVIN SHIELDS - CITY GIRL / BLONDE REDHEAD - HERE SOMETIMES

giovedì 24 ottobre 2013

Radio Boia playlist/di coppie dispari e revival di un passato immaginario

I Dirty Projectors e David Byrne

A proposito della collaborazione tra i Dirty Projectors e David Byrne - che ha fruttato peraltro la sola "Knotty Pine" inserita nella compilation benefit "Dark Was the Night" - è quasi ovvio che si sia speculato su di un'eredità ideale tra la compagine di David Longstreth e soci ed i Talking Heads. Non che importi molto dopotutto. Certo tra le due formazioni qualche punto in comune c'è - ci sono anche (e ci mancherebbe) parecchie differenze. Tra i punti in comuni ci metterei la curiosità e l'apertura mentale/sonora a 350 gradi (360 non lo voglio dire chè l'angolo giro è invero abusato) nonché una predisposizione di fondo alla giocosità seriosa. O forse alla serietà giocosa.
                                           David Byrne & Dirty Projectors - Knotty Pine

Vero e proprio revival di un capolavoro dei primissimi anni '80 è stata la rinnovata  collaborazione tra Byrne e Brian Eno (del 2008) che ha fruttato "Everything That Happens will Happen Today". 
I risultati - per quanto apprezzabili - non hanno ovviamente la rilevanza di quel "My Life in the Bush of Ghosts" che ancora oggi è in grado di stupire ad ogni ascolto (e pensare che  - sulla carta - lo si sarebbe potuto considerare una sorta di maxi outtake dei Talking Heads prodotti da Eno all'altezza di "Remain in Light"). 
David Byrne e Brian Eno


Riprova ulteriore - laddove se ne sentisse il bisogno - che ripercorrere il passato può essere un utile e piacevole esercizio a patto che vi sia la consapevolezza che i tempi mutano e che le cose non tornano mai come erano una volta. 
                                          David Byrne e Brian Eno - Strange Overtones

La collaborazione tra Peter Gabriel e Kate Bush ha invece figliato (nel 1986, nell'album "So") la celeberrima - e bellissima - "Don't Give up". Anche in questo caso- a seguire -  la tentazione di ripercorrere gli stessi passi c'è forse stata da parte del buon Peter - ad esempio nel suo duetto con Sinead O'Connor nell'abum "Us" del 1992 - anche qui con risultati buoni ma certamente non epocali.  Proprio a Sinead O'Connor - in coppia col grande Willie Nelson -  si deve la miglior cover mai sentita del pezzo in questione, tranquillamente in grado di aggiungere qualcosa all'originale.

                                          Peter Gabriel e Kate Bush - Don't Give Up 
Facciamo un rapido rientro in patria per gustarci i languidi rifacimenti dei classici - specie dei sixties - messi in opera dalla compagine (dal nome kilometrico) di Robertina & Gatto Ciliegia contro Il Grande Freddo. Inizialmente dediti a pezzi esclusivamente strumentali,  assimilati prontamente a quello che si definiva postrock , si sono poi indirizzati (con l'album "Cuore") e l'arrivo della vocalist Robertina alla riscoperta  del passato, riattualizzandolo senza mai sbracare, in bilico tra melodia ed "indietronica". Eppoi - lasciatemelo dire, anche se non c'entra col gruppo in questione - il bello di definizioni come postrock ed indietronica è che sono generi/non generi: ci può stare dentro quasi tutto - dal lounge al terrorismo ultranoise (magari anche nello stesso pezzo).
Robertina e Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo
Vari loro pezzi sono anche finiti nella colonna sonora del film "Cosmonauta" ed in effetti le scene accompagnate dalle loro canzoni risultano tra le poche cose apprezzabili di una pellicola altrimenti macchiata all'origine di un nostalgismo veltroniano e facilone di laboriosa digestione.
                          Robertina & Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo - Un Anno d'Amore

E andiamo a chiudere con un piccolo grande classico della musica italiana degli anni zero. Delizioso in ogni aspetto "Amore Mio Infinito" di Bugo e Viola (cioè Violante Placido, brava e bellissima), mette in scena una sorta di grado zero del revival: ricordi infantili tra il sonno del primo mattino e la scoperta di un mondo che poteva - ancora - apparire meraviglioso. Perché in fondo alla radice di ogni retromania che si rispetti c'è esattamente la voglia di sentirsi dire abbiamo ancora cose belle da scoprire. Che - per dirla col poeta - in fondo la giovinezza è solo questo, perenne amare i sensi e non pentirsi.
Bugo & Viola
                                                   Bugo & Viola - Amore Mio Infinito
ascolti:
- DIRTY PROJECTORS & DAVID BYRNE - KNOTTY PINE/ - DAVID BYRNE & BRIAN ENO - STRANGE OVERTONES/- PETER GABRIEL & KATE BUSH - DON'T GIVE UP/- ROBERTINA & GATTO CILIEGIA CONTRO IL GRANDE FREDDO - UN ANNO D'AMORE/- BUGO & VIOLA - AMORE MIO INFINITO.