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giovedì 19 settembre 2013

VALHALLA RISING – Nicholas Winding Refn – 2009




“In the beggining there was only man and nature
Men came bearing crosses and drove the heathen
To the fringes of the earth”

La recente visione del notevole “Solo Dio perdona” mi ha spinto a recuperare (con colpevole ritardo, mi rendo conto) anche la restante filmografia di Refn. Alcuni tratti comuni emergono subito e con una certa chiarezza: gli “eroi” di questi film sono decisamente silenziosi e la critica – almeno quella più ufficiale e mainstream – non apprezza, in nome – pare di capire – di una supposta estetizzazione e glorificazione formale della violenza, di cui il buon Nicholas si farebbe portatore. Violenza senza tracce di ironia dunque: ecco perché Tarantino si e Refn no. E anche senza provocazioni intellettuali – quantomeno esplicite – a rimarcare la distanza dal connazionale Lars Von Trier che, per quanto estremo, riesce comunque a farsi accettare (anche se poi sono le sue opere più irritanti e spocchiose – tipo “Il grande capo” o “Dogville” – a venire apprezzate, mentre per le cose realmente disturbanti ecco venire in soccorso le solite risatine degli intellettualoidi di turno, disposti a tutto meno che a ridiscutere certezze). Quello di Refn è cinema disturbante. E che fa pensare, appassiona ed emoziona. E questo senza esibizioni di “contenuti” ma basandosi solo sulla pura e semplice forza della messa in scena. Su stile e scelte formali che sanno farsi “sostanza”. Abbiamo la fortuna di esserci imbattuti in un Autore che fa “film d’autore” che – però – sono anche “film di genere”. Non che basti questo ad incensarlo però in effetti non è un dato di poco conto. Intendiamoci: non è l’unico ad abitare o ad avere abitato questa ipotetica “area grigia”, mi vengono in mente Jodorowski, Ken Russell, David Cronenberg, Takashi Miike e l’elenco potrebbe continuare a lungo, prendendo magari qualche sbandata. 
Quella per il grande Jodo è peraltro una passione esplicitata nella dedica finale di “Only God Forgives”. Gli eroi silenziosi ed ultraviolenti paiono avere qui le stesse pulsioni mistiche ed “iniziatiche” che caratterizzano molti dei protagonisti delle opere del grande cileno (parlo dei film ma anche dei fumetti – si pensi alla ferrea disciplina dei meta baroni nel roboante affresco sf della “Casta dei Meta-Baroni”) ma anche – talvolta – lo stesso smarrimento. Il surrealismo (da intendersi in senso lato – ché il movimento panico dal surrealismo storico partiva, ma osava criticarlo e superarlo) tanto amato e praticato dalle pellicole di Jodo, risulta invece meno determinante in Refn; si trovano piuttosto tracce di una visione fredda e contemplativa, uno sguardo tanto raggelato quanto acuminato ed attento, capace di far affiorare il misticismo e il mistero dagli elementi – minacciosi il più delle volte – che circondano i personaggi. Un tratto che rimanda a quella che parrebbe essere un'altra influenza determinate per il nostro, ovvero Andrei Tarkovsky. Ma anche – perché no – Terrence Malick (e guardando “Valhalla Rising” è difficile non pensare almeno per un attimo a “The New World”) o il Sokurov di “Madre e Figlio”. Per quanto riguarda altri paragoni letti in giro – e riferiti al solo “Valhalla Rising”, che per il restante corpus filmico non avrebbero senso -  ammetto qualche assonanza con Mel Gibson ma si tratta solo di dati superficiali, in quanto Refn vede la violenza come veicolo spirituale - l’unico possibile in circostanze disperate – ma oltre questo dato non mi pare condivida l’ossessione “corporale” dei film di Gibson, che – da regista – ha in definitiva sempre ruotato attorno all’unico tema della tortura e dell’umiliazione del corpo (in un più o meno latente desiderio di martirio), visione comunque ben diversa dalla “dolente necessità” e dall’estetica dei corpi smembrati (smembrati in fretta – fateci caso: nessun martirio, solo puro e semplice omicidio) di Refn. Per dirla in altri termini: in Refn è l’illuminato ad uccidere, in Gibson si diventa illuminati venendo uccisi o – meglio ancora – torturati). Liquidabile invece come uno scherzo il paragone con “300”, l’unico tratto comune è l’essere ambientati in epoche storiche antiche, dopodiché con il pastiche nazi gay itterico di Zack Snyder abbiamo davvero poco a che spartire. Sentore ben presente è, invece, quello di Werner Herzog e, in special modo di “Aguirre, furore di Dio” e della sua deriva mistico-silente. Ancora poi a livello letterario non può non venire alla mente il Joseph Conrad di “Cuore di tenebra”. 




Vi diranno dunque che si tratta di un film pretenzioso e autoindulgente o viceversa di un’opera che cede alla moda della violenza, di un filmaccio di bassa lega, aggiungendo magari che è “lento” e che “non si capisce un cazzo”. Tutte caratteristiche queste che, quando sono enumerate da un certo tipo di spettatori-critici non possono fare a meno di ingolosire un certo altro tipo di spettatore-critico. Quel tipo di fruitore che – per intenderci – non ha abiurato affatto né intende farlo dall’idea che il cinema possa (e debba, talvolta) essere anche “pericoloso”.
La trama si impernia attorno al guerriero muto (o almeno presunto tale) e senza un occhio One Eye (Mads Mikkelsen, lo stesso de “Il Sospetto” di Vinterberg). L’ambientazione è quella delle terre Vichinghe, in un epoca imprecisata ma all’altezza delle crociate, in piena “cristianizzazione” del nord Europa – processo, ricordiamolo, spesso forzato e che incontrò non poche resistenze. Qui si aggira il ferocissimo guerriero silente, accompagnato da un bambino biondo, che si è a lui aggregato dopo la perdita dei genitori e di tutto il villaggio (sono elementi non immediatamente spiegati, ma che risultano dal prosieguo della visione). I due si imbattono in un gruppo di cristiani i quali si dichiarano intenzionati ad andare in terra santa, allo scopo di combattere per strapparla agli infedeli. Non avendo poi molte alternative One Eye e il bimbo si aggregano alla spedizione. L’arrivo non sarà però in medio oriente ma da tutt’altra parte. Nell’inferno “al di là dell’oceano” dal quale il ragazzino afferma che lo stesso One Eye sia arrivato, sfruttando una sorta di legame telepatico che permette all’uno di parlare in vece dell’altro.  La terra che hanno raggiunto si presenta tanto lussureggiante quanto carica di minacce: una terra sostanzialmente aliena nella quale la presenza dell’uomo è carattere ampiamente secondario. Nella quale, soprattutto, Dio è assente. È forse l’implicita considerazione che l’assenza dell’uomo (o di cristiani, quantomeno) genera anche l’assenza di Dio a scatenare il panico interiore, a rivelare una sorta di male primigenio insito nella creazione stessa, una crudeltà ed un pericolo che non vengono mai meno perché connaturati all’essere umano e ad ogni aspetto del creato. Come a dire che il male esiste in natura mentre il bene è invenzione dell’uomo. O, spingendosi oltre, Dio è l’invenzione umana per contrastare il diavolo che invece è reale. Certo si può anche obiettare che il terrore (parente del pessimismo leopardiano) generato da questa visione nasce dal considerare “uomo” e “natura” come entità separate seppur destinate ad interagire, mentre forse verrebbe meno se considerassimo l’uomo come “parte della natura”, implicando ciò anche la rinuncia a concetti solo e soltanto umani quali quelli di bene e male. Ma sarebbe illusorio pensare che un semplice ribaltamento – per quanto razionale – del pensiero abbia in se il dono di ribaltare millenni di (auto)condizionamento culturale. Ancor più illusorio sarebbe pensare che un ragionamento così fosse alla portata dell’uomo del medioevo, in specie se fanatico religioso. La sensazione che il film trasmette maggiormente dunque è riassumibile nel sillogismo per cui l’uomo è la specie dominante e ogni cosa nel mondo è a lui sottomessa per volontà di Dio, ma poi all’improvviso questo non è più vero. Ecco il terrore. O meglio ecco l’inferno. 


La terra appena raggiunta – ovviamente – non è poi nemmeno del tutto sprovvista di esseri umani. I nativi non sono troppo gentili con gli intrusi (anche perché non sono i primi che vedono) e in pratica ne fanno fuori un bel po’. Gli altri li ammazza One Eye (anche perché, superstiziosi come sono, non cessano di attribuire a lui o al ragazzo la ragione delle loro sventure) o si ammazzano da soli. Fino al finale in cui la figura del guerriero assume un aspetto quasi cristologico, sostanzialmente sacrificandosi, offrendo la sua vita affinché il bambino viva. Ed in realtà è proprio One Eye l’autentica figura mistica di tutto il contesto, l’uomo tornato dall’inferno che ha in fondo a se un barlume di umanità, che non viene negato ma semmai mutato, reso autentico, dalla sua terribile consapevolezza.
La visione di “Valhalla Rising” è tanto provocatoria quanto appagante, i lunghi silenzi, le percezioni e i flash forward splendidamente virati in rosso, le esplosioni di violenza ma soprattutto il confronto dell’uomo col mistero, il provare a dire quello che in effetti dire non si può. Un film magari non per tutti o quantomeno non per chi ama il solido terreno delle certezze. Un film spirituale senza essere religioso. Un film che condanna il cristianesimo pur possedendo un’anima ed un pulsare definibili (lato sensu) cristiani. Un film agnostico (e io lo intendo come un complimento). 


                                                                                 il film 
                                                                                   la fine 
                                                                                      trailer 

IL MAGNANI dice: 9    

cult songs: SUNN 0))) - Agartha











Thunderous resonant sounds call from beyond the depths
And the winds of gravity change,
In memories of the consciousness of the ancient rocks,
Nature's answer to the eternal question

The tunnels of the sky
Meet under oceans
And fall into the vortex of Bermuda
The secret of the poles
Where the Eskimo never where

The lightning,
The megatons of water
They fly within
A spinning thunderous vortex

At the poles of the world
In the labyrinth of lost directions
Mankind's falsehood is the weight of gravity
Current current current

The sun has moved where the lines of the compass lay vertical at the gates
Where the world inside
Stands alone in front of eternity
In the 4 fields of the hollow earth

I search for the riddle of the clouds
Where the new world shall form from clouds
Gouging funnels in the great abyss of the sky
In the shape of the one stream

Where tunnels open into the great nothing
And the giant spaces that rent gravity
Unto the depths of the earth
Alight becomes the riddle of the labyrinth
Where the channels of the junction
Reform the ethos
And forget
Everything

I search for the riddle of the clouds
From where a new world shall form
A tunnel gouges in the shapes
Of the stream in the great abyss
Of the sky

mercoledì 11 settembre 2013

Radio Boia playlist - Nostalgia del presente (1)



E se per raccontare la nostra vita uscissimo dai confini angusti – per quanto virtualmente infiniti – della linea retta e adottassimo un grafico stile “unisci i puntini” d’enigmistica memoria. Col risultato che quello che risulta, a schema completato, un senso ce l’ha solo a volerglielo trovare. Come i passi di un bambino in uno strano maggio di nuvole e sole – nel posto di sempre che però si rinnova ogni giorno – il colore più presente è l’arcobaleno. La musica è jazz – probabilmente Miles Davis anni ’50, ma questo l’avrebbe capito solo molti anni dopo. C’era un fiume da attraversare, sembrava il Rio delle amazzoni. E intorno il paesaggio variava tra Africa, Almeria e Arizona. E poi, certo, c’era lei: lei che cambiava spesso faccia, corpo, e anche carattere ma più di rado. Un tempo perfetto che non può essere rappresentato linearmente, una sensazione che va verso il futuro per poi tornare indietro, di secoli anche. Un tempo che per comodità chiameremo presente. Un tempo per cui avere nostalgia. Già mentre lo si vive. E poi forse un’altra volta ancora, tra mille anni oppure ieri.  

                                eighth wonder - i'm not scared

Partiamo con la divina Patsy e con quella che ricordo come la mia prima "canzone da grandi". A tutt'oggi mi sembra un capolavoro, assolutamente non valutabile con un metro di giudizio obiettivo. La stessa Patsy, mi tocca d'ammettere a mente fredda  che magari non è poi la donna più bella del mondo. Ma che importa ? Dopotutto il termine "sex appeal" non avrebbe alcun senso se non fosse per descrivere persone come lei. 

fate un po' voi che io rimango della mia idea


E, visto che ci siamo, andiamo a prendere in considerazione un altro capolavoro del pop, messo in essere da un'altra "bellezza discutibile" (si fa per dire, ovviamente, che ce ne fossero...). Una canzone che ha il pregio di cambiare immediatamente l'atmosfera intorno a te. Un po' come accade coi Joy Division o i Velvet Underground (massì spariamole grosse) - ma qui ti sentirai un disilluso ex mercenario senza età, perennemente innamorato della passera.

et voila, Vanessa Paradis


                                      Vanessa Paradis - Joe le taxi

La canzone "a cappella" per eccellenza degli anni '80 è la celeberrima "Caravan of love" degli Housemartins, gruppo spesso considerato come degli Smiths in tono minore (non del tutto a torto, che le similitudini ci sono) ma spesso capaci di cesellare raffinatezze pop di tutto rispetto. Fidatevi  e riscopriteli in blocco (partendo magari da "London 0 - Hull 4", già dal titolo esibizione d'orgoglio provinciale) non fermandovi al singolo in questione e nemmeno alla curiosità che il bassista era tale Norman Cook, poi conosciuto al mondo come Fatboy Slim (ah, il big beat, sembra il secolo scorso...anzi era il secolo scorso, addirittura il millennio scorso).
le solite facce da bravi ragazzi
                The Housemartins - Caravan of love (chi volesse fondare una
                repubblica socialista ed usare questo pezzo come inno 
                nazionale mi contatti pure ed avrà in me un alleato)

Facciamo un salto nel tempo (ma non so se avanti o indietro, proviamo solo a saltare per vedere che succede) e andiamo a prendere un altro classico imperituro. A ben vedere è paradossale che l'unico grande successo degli Urge Overkill sia questa "Girl, you'll be a woman soon", cover di Neil Diamond, infilato nell'opus magnum tarantiniano "Pulp Fiction". Paradossale perché loro il successo l'hanno sempre cercato, pur partendo da lidi decisamente indie come la gloriosa etichetta  Touch & Go di Chicago, hanno ammorbidito e "rockizzato" il suono, peraltro in un periodo ampiamente favorevole per le indie bands che volevano fare il "grande salto". Beh, invece tutti li ricorderanno come una "one hit band" oltretutto nemmeno scritta da loro (quando dico tutti intendo ovviamente quasi tutti - il quasi fa la differenza - altrimenti potremmo liquidare anche i Lemonheads come "quelli della cover di "Mrs. Robinson). 
Urge Overkill
                          Urge Overkill - Girl, you'll be a woman soon

E chiudiamo per questa volta con una delle canzoni pop semplicemente più belle della storia. Capace con pochi tocchi di definire un'epoca, uno stile, un intero universo di emozioni. Artigianato ed Arte fusi insieme e totalmente indistinguibili. Merito delle Ronettes e dell'immenso Phil Spector, vero genio (e sregolatezza) del XX secolo e del suo celeberrimo "wall of sound", tantissime produzioni di girl pop da riscoprire. Ma è inutile fare gli snob, tanto vale partire dalla più famosa. 
The Ronettes
                                      The Ronettes - Be my baby